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VIDEO – La leggenda di una squadra che provò a cambiare il calcio. Andandoci molto vicino

VIDEO – La leggenda di una squadra che provò a cambiare il calcio. Andandoci molto vicino

Il calcio mondiale degli anni ’80 è stato monopolizzato dal genio di Diego Armando Maradona. Il suo gioco offuscava squadre e campioni che, fossero vissuti in un’epoca differente, avrebbero probabilmente inciso il loro nome nella storia. Qualcuno ci è andato solo vicino, sfiorando una rivoluzione (mai sostantivo fu più appropriato) che avrebbe in qualche modo riformulato il concetto stesso di calcio. Parliamo della Russia, anzi, dell’Unione Sovietica, a voler essere precisi: la squadra che, sotto la guida di Valery Lobanovskyi, provò a entrare nella leggenda con il suo ideale di calcio.

CCCP UNIONE IN CAMPO E FUORI

Chi oggi ha più di 30 anni certamente ricorda la maglia di quella squadra, che recava un grosso acronimo sul petto: CCCP. Quanti di noi si sono chiesti cosa significassero quelle quattro lettere? All’epoca, senza il potere di internet, non era semplice arrivare ad una spiegazione. Сою́з Сове́тских Социалисти́ческих Респу́блик: Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche. Sì, esatto: l’Urss. Che, dai Mondiali del 1986 in Messico a quelli in Italia del 1990, divenne davvero lo spauracchio delle Nazionali più quotate. Il motivo era dettato dal tipo calcio che i sovietici proponevano. Lobanovskyi aveva trasferito alla sua squadra il concetto di “Unione”: il noi prima dell’io, il collettivo prima del singolo. L’Urss praticava un calcio innovativo per l’epoca, composto da movimenti sincronizzati, un possesso palla sistemico, una fase difensiva che iniziava già in attacco. Una squadra allenata però anche ad uscire fuori spartito, per evitare di cadere nella leziosità e nella conoscenza degli avversari. IMG_1141

Lobanovskyi d’altronde veniva chiamato il colonnello: stratega abile a studiare ogni contromossa per battere chi aveva di fronte. Ma l’appellativo gli fu dato anche per la durezza dei suoi allenamenti e per l’asprezza dei rapporti umani che (non) instaurava con i calciatori. Ai quali veniva chiesto, niente più e niente meno, di svolgere un compito studiato a menadito. Il collettivo, dunque, era ritenuto l’aspetto più importante all’interno della squadra: ogni giocatore sapeva esattamente quali movimenti compiere, come compierli e quando compierli. Quando erano in giornata, assicurano gli esperti dell’epoca, vederli giocare era uno spettacolo. Anche se l’estremizzazione dell’idea di calcio sovietica portava spesso anche al soffocamento delle qualità individuali, che pure erano notevoli.

UN SOGNO NON REALIZZATO

Ai Mondiali del 1986 recitarono un copione perfetto fino agli ottavi di finale. Nel girone strapazzarono l’Ungheria per 6-0, pareggiarono contro la Francia di Platini 1-1, e infine batterono il Canada 2-0. Alla prima partita secca però, furono eliminati dal Belgio: 4-3 il risultato finale, in una girandola di emozioni che valse a quella partita l’epiteto di più spettacolare della rassegna iridata.

Agli Europei del 1988 l’Urss si presentò nel pieno della sua maturità. Battè l’Olanda nella partita d’esordio, pareggiò con l’Irlanda e infine annientò l’Inghilterra nel girone. In semifinale fece fuori l’Italia, e in finale trovò ancora l’Olanda: questa volta, però, il risultato fu avverso, in una partita passata alla storia per il gol bellissimo segnato da Marco Van Basten.

L’inizio della fine? Forse, anche se l’Urss si qualificò agevolmente per i Mondiali del 1990, che si giocarono in Italia. Ma la caduta del muro di Berlino iniziò ad avere effetti anche sulla Nazionale sovietica. I calciatori iniziarono a non seguire più pedissequamente gli insegnamenti di Lobanovskyi, distratti mentalmente dalla possibilità di andare a trovare fortuna, anche economica, nelle squadre occidentali. E così, a Italia ’90, l’Urss non superò nemmeno il girone, perdendo con Romania e Argentina e battendo infine il Camerun, in una partita che segnò il tramonto di un’epoca. La fine di un sogno portato avanti da un uomo,Valery Lobanovskyi, che voleva trasferire nel calcio i suoi ideali. Ci andò solo vicino.

Vincenzo Balzano

Twitter: @VinBalzano